Quella rivoluzione chiamata telefonino

 Fonte: La Provincia, il quotidiano di Como online del 10 gennaio 2013 –  Fu Martin Cooper quarant’anni fa a comunicare da Manhattan con il primo apparecchio portatile. Da allora una crescita esponenziale: 6 miliardi di sim card pari all’87% della popolazione del pianeta.

A soli quarant’anni dalla prima chiamata il telefono cellulare è diventato uno dei mezzi tecnologici più usati e onnipresenti della nostra vita sociale e individuale. A dare il via alla rivoluzione della telefonia mobile è stato Martin Cooper, un ingegnere americano della Motorola, quando il 3 aprile 1973 dall’isola di Manhattan riuscì con in mano il primo apparecchio portatile DynaTac a effettuare una telefonata al suo rivale, il diretto-re di ricerca dei Bell Labs di AT&T.

Un pesante prototipo
Il prototipo di telefonino, basato su un sistema di trasmissione analogico, era grande quanto un “mattone” e pesava la bellezza di 1130 grammi, non aveva display limitando le sue funzioni a quel- la inviare e ricevere la voce e di comporre un numero mentre la sua batteria aveva 35 minuti di autonomia ma impiegava oltre dieci ore per ricaricarsi.
Da allora si dovettero aspetta- re gli anni ’80 perché fossero pronti i modelli per il lancio sul mercato, all’inizio riservato a un pubblico ristretto.
In poco tempo, tuttavia, la telefonia mobile, grazie soprattutto ai progressi della comunicazione digitale e all’avvento della seconda generazione Gsm, si è trasformata da tecnologia per pochi privilegiati a tecnologia mainstream, alla portata di tutti.
La passione e il gradimento per il cellulare, che ha notevolmente ridotto le sue dimensioni divenendo un oggetto facile da portare con sé nelle proprie tasche, non sembrano avere confini.
Lo sviluppo degli utenti di telefonia mobile a livello globale è stato vertiginoso. Nel 2000 c’era un telefono cellulare per meno di due linee fisse e nel 2003 per la prima volta gli abbonamenti alla telefonia mobile mondiale hanno superato quelli della rete fissa. Alla fine del 2011 il numero delle sottoscrizioni mobili (Sim card) era pari a 6 miliardi, vale a dire l’87% della popolazione del Pianeta, dato vicino all’obiettivo di un cellulare per ogni persona. Questa crescita esplosiva della comunicazione wireless non ha però un carattere uniforme. In quasi cento paesi, segnata- mente quelli sviluppati, gli abbonamenti mobili superano i cittadini; in 17 nazioni il tasso di penetrazione è addirittura oltre il 150%. A registrare la maggiore crescita sono in ogni caso i mercati emergenti di India e Cina, paese che ha ormai oltrepassato quota 900 milioni.

Il boom italiano
Anche in Italia, dove il sorpasso delle linee mobili su quelle fisse è avvenuto nel 1999, le sottoscrizioni si contano a milioni, risultando superiori al complesso degli abitanti.
Il fenomeno di adozione massiva della tecnologia mobile ha un impatto sulla società di enorme portata. Il cellulare è assurto a protagonista della vicenda sociale e culturale e persino, grazie alle intercettazioni, della cronaca giudiziaria.
Quella del telefonino è una presenza costante e incisiva in grado di ridefinire i termini del- l’esistenza privata e pubblica.
D’altra parte il cellulare, a differenza del telefono fisso, è un oggetto fortemente personale e personalizzabile che permette al singolo individuo di essere sempre reperibile e di avere a disposizione un mezzo per contattare e comunicare in qualsiasi momento e ovunque con gli altri. A rafforzare la tendenza ad essere sempre in relazione ha contribuito l’ascesa degli smartphone che permettono l’accesso in mobilità ad Internet e al web 2.0, fortemente orientato alle pratiche di connessione, condivisione e interattività.
Assumendo varie sembianze il telefonino si è rimpicciolito e assottigliato per poi riapparire nella versione più moderna del tablet o telefonone.
Ma la trasformazione più rilevante è legata al suo divenire un dispositivo capace di esplicare una molteplicità di funzioni.
Come sottolinea Shawn Drubavac, capo economista della Consumer Electronics Association, nella presentazione svolta alla fiera della tecnologia digita- le CES in corso a Las Vegas, il cellulare è sempre meno un telefono e sempre più un terminale mobile, interfaccia per attivare e ricevere servizi.

Le molteplici funzioni

Piattaforma in continuo muta- mento utilizzabile per fare foto, filmati, guardare la tv, ascoltare musica, giocare e seguire mappe, oltre ad inviare sms e controlla- re informazioni.
Ma il telefonino si adopera anche per fare acquisti, pagare bollette e biglietti, aprire porte, leggere libri, svolgere attività lavorativa o monitorare lo stato di salute. Martin Cooper stesso, inter- vistato di recente da Steve Wild- strom sul blog di Cisco, riconosce che questa metamorfosi è l’aspetto più sorprendente, al di là di quanto fosse immaginabile dal suo creatore.

I numeri
1130
Sono i grammi del prototipo di teefonino utilizzato il 3 aprile 1973 da Martin Cooper. Un vero e proprio “mattone” con un’autonomia di 35 minuti e 10 ore per ricaricarsi.
17
Sono le nazioni che hanno oggi un tasso di penetrazione del telefoni- no addirittura oltre il 150% della popolazione. A registrare la maggior crescita le emergenti India e Cina.


Panico senza cellulare “Attenti, è nomofobia”. L’intervista: Tonino Cantelmi 

La diffusione del telefonino comporta non solo opportunità, ma anche lo sviluppo di dipendenze, disturbi e disagi.Nelle ultime ricerche è stata registrata una nuova sindrome, chiamata nomofobia, che segnala la paura di un soggetto a rimanere senza cellulare. Abbiamo chiesto in proposito il parere di Tonino Cantelmi, professore incaricato di psicopatologia all’Istituto di Psicologia dell’Università Gregoriana e all’università “Regina Apostolorum” di Roma, nonchè esperto per la Consulta nazionale per la famiglia della Conferenza episcopale italiana.


Professor Cantelmi, ci spiega in che cosa consiste il fenomeno della nomofobia?

Il telefonino non è esattamente un telefono: è parte integrante dell’identità dell’uomo tecnoliquido, l’abitante della postmodernità tecnoliquida, cioè di una società in cui la tecnologia digitale e la liquidità dell’essere si sono stretti in un fatale abbraccio.
Non solo è parte integrante di noi, è la nostra memoria, è il col- legamento permanente con il mondo, con la rete, con i social, con tutta quell’area prepotente e ineliminabile che chiamiamo “socializzazione virtuale”. E’ dunque fonte del nostro nuovo modo di esserci. Rimanere senza cellulare per alcuni, sempre più numerosi, è come rimanere nudi: impossibile.


Quando possiamo parlare di un caso di nomofobia?

Stiamo transitando nella società “incessante”. La società incessante è sempre attiva, sempre più incapace di staccare la spina (”Inability to switch off ”, così si chiama la sindrome che affligge i workalcoholic del terzo millennio), sempre lì a digitare, a twittare, a condividere, senza differenze tra giorno e notte, tra feriale e festivo, tra casa e ufficio, come se fosse avviata verso una colossale dipendenza dalla “connessione”. Poco più di dieci anni fa, presentai in un congresso di psichiatria a Roma i primi quattro casi italiani di dipendenza da internet. Oggi abbiamo una diffusa dipendenza dalla tecnologia digitale e in questa dipendenza il telefonino gioca un ruolo importante. La “Inability to switch off” è però un po’ di più della dipendenza diffusa, che ci riguarda tutti. Parliamo perciò di dipendenza specifica solo quando questo comportamento è coercitivo, schiavizzante e troppo interferente con la nostra vita.

Lei parla del cellulare come oggetto che ha la funzione di rassicurare, ormai quasi un’estensione del- la mente. In che relazione sono queste due caratteristiche con la nomofobia?
Direi che il sentimento più diffuso è la paura. L’uomo postmoderno vive una paura profonda e tra tutte le paure forse la paura dell’altro gioca un ruolo fon- damentale. Il telefonino è la no- stra coperta di Linus, rassicurante, tecnodistanziante e al tempo stesso tecnoravvicinante, insomma ci dà la sensazione di controllare il mondo e gli altri in sicurezza.

Nella società della rete, alla quale il cellulare ci collega, possiamo esse- re realmente privati del mezzo tecnologico?
No. I nativi digitali (cioè i ragazzi nati in questi anni e precoce- mente immersi nel mondo digitale) considerano il mondo digitale come un mondo da abitare. Gli adulti non possono fare altro che cercare di acquisire il titolo di immigrati digitali. Ma il mondo digitale e il mondo reale coesisteranno: i disadattati del terzo millennio saranno i tecnofobi (coloro che abiteranno solo il mondo reale) e i tecnodipendenti (coloro che abiteranno solo il mondo digitale).